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In Guerra

  • Uscita:
  • Durata: 112min.
  • Regia: Stéphane Brizé
  • Cast: Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, Olivier Lemaire, Bruno Bourthol, Sébastien Vamelle, Valérie Lamond, Jean Grosset, Guillaume Draux, Vincent Lindon
  • Prodotto nel: 2018 da CHRISTOPHE ROSSIGNON, PHILIP BOËFFAR CON LA COLLABORAZIONE DI: DXAVIER MATHIEU, RALPH BLINDAUER, OLIVIER LEMAIRE PER NORD-OUEST FILMS, FRANCE 3 CINÉMA. VINCENT LINDON, STÉPHANE BRIZÉ PRODUTTORI ASSOCIATI
  • Distribuito da: ACADEMY TWO

Film non più disponibile nelle sale

TRAMA

Dopo aver promesso a 1100 operai che i loro posti di lavoro sarebbero stati salvi, i dirigenti di una fabbrica decidono improvvisamente di chiudere i battenti. Laurent, uno degli operai, si batte in prima fila contro questa decisione, conducendo una lotta sindacale senza esclusione di colpi per reclamare diritti e dignità dei lavoratori.

Dalla critica

  • Cinematografo

    È davvero un film di guerra il nuovo di Stéphane Brizé: il lavoro come campo di battaglia, gli operai come soldati che avanzano obiettivo dopo obiettivo verso la battaglia finale combattuta a suon di parole come colpi di fucile e decisioni istituzionali come bombe, con tanto di divisione nel fronte interno. En guerre racconta della lotta sindacale di un gruppo di operai la cui fabbrica sta per essere chiusa e, dopo un lungo sciopero e una battaglia legale, vorrebbero solo poter parlare con l’amministratore delegato della compagnia. Dopo la parentesi in costume di Une vie , Brizé – sceneggiatore assieme a Olivier Gorce – torna al cinema militante e al racconto praticamente in diretta del presente, di una Francia in marcia contro Macron. E la voglia di appartenere all’immediato, Brizé la costruisce in primis attraverso delle scelte stilistiche apparentemente semplici e in realtà radicali, che guardano al documentario militante e soprattutto al giornalismo embedded, non a caso, che si fa nelle zone di guerre, in cui la macchina da presa è immersa nell’azione, impallata, deve cercare di coglierlo il mondo anziché ricostruirlo, quasi come fosse un reportage in diretta, appunto. E in questo, il regista sembra anche raccontare della sconfitta di un certo cinema, della sua impossibilità (forse) di mettere in scena la realtà al contrario di tv e social media, in cui però la manipolazione è cosa comune. Ma oltre i sottotesti e le complessità stilistiche, En guerre è un film di impatto poderoso, dal ritmo martellante e dalla tensione inesausta, con pochissime distensioni e parentesi personali (perché anche il privato è lotta politica, in certi contesti) che non cerca appigli per piacere ma che emoziona e coinvolge con la giustezza di una posizione morale e ideologica chiara e giusta ma allo stesso tempo trattata con intelligenza anti-propagandistica. E con un Vincent Lindon di bravura impossibile, inumana, per cui gli elogi e i premi sembrano ormai pleonastici.

  • Nazione-Carlino-Giorno

    Manifestazioni a striscioni e megafoni, (...). Non si va a casa neanche una volta a capire chi sono e da dove vengono operai e impiegati (attori non professionisti), a eccezione di una telefonata con la figlia incinta del sindacalista Laurent (un Lindon disperso in un ruolo totale). (...) 'Brizé (già con Lindon per 'La legge del mercato') si prende l'impegno di ricordarci come il superamento delle ideologie ha garantito però la vittoria di una su tutte: il mercato. La cinepresa sta agli ordini di una regia originale, ma rischiosa: eliminare le vicende personali, dunque l'identificazione con qualsiasi personaggio, per sbattere contro le trattative. Tra Ken Loach e un Tg, una incontrollata sfumatura di fiction minaccia buone intenzioni. Resta la crisi di sopravvivenza dei licenziati che purtroppo conosciamo.

  • Il Fatto Quotidiano

    I profitti aumentano ma la fabbrica chiude. (...). La risposta non può che sortire in una dichiarazione di guerra. Lapidario, diretto, indignato al punto giusto, 'In guerra' è quel che promette (...). Attrezzato di uno sguardo allettato alle ingiustizie umane ancor prima che civico-sociali, Stéphane Brizé riesce nell'intento di mostrare ciò che avviene prima (...) E questo 'prima' si chiama indifferenza ai bisogni reali a vantaggio di un meccanismo economico perverso, impossibile da comprendere perché sostanziato in un paradosso. (...) Già, quella medesima 'Legge del mercato' ('La loi du marché') che lo stesso Brizé aveva indagato nell'omonima opera capace di incantare la Croisette nel 2015 e celebrare Vincent Lindon quale miglior attore. Ma per quanto vicino tematicamente a 'In guerra', quello era un testo cinematografico di sottrazioni, (...). Il film (...) è invece l'esatto opposto: un'esplosione in crescendo di furore verbale e gestuale quale vero attacco frontale contro chi nega il diritto al lavoro. E davanti alla macchina da presa, nei panni del portavoce sindacalista Laurent Amedeo, c'è ancora lui, il gigantesco Vincent Lindon che non avesse già vinto a Cannes come sopra, qui forse avrebbe meritato ancor di più il riconoscimento. (...) Questo non toglie nulla alla qualità di un lungometraggio di denuncia (...) di "logica rabbia", ossimoro che non dovrebbe esistere nella natura dei comportamenti umani. Come negli scenari del primo Ken Loach, il cineasta francese adotta il linguaggio della finzione per veicolare un messaggio civile e sociale di portata primaria, ritenendo 'la ricostruzione verosimile' più potente del documentario per l'ovvia attrazione emozionale esercitata sul pubblico, chiamato poi alla giusta riflessione. (...) Nella 'sua' finzione come purtroppo nella realtà a cui si ispira, 'In guerra' è un film esemplare che vorremmo non più necessario.

  • Corriere della Sera

    Autore di due film bellissimi e tra loro apparentemente opposti, 'La legge del mercato' e 'Una vita', Stéphane Brizé torna a lottare con 'In guerra', reportage di uno sciopero che sembra documentario ma è fiction dove il solo attore tra veri operai è Vincent Lindon (ispirato dal sindacalista Xavier Mathieu). È un lungo, infinito controbattere tra le ragioni dei lavoratori che non accettano la chiusura della fabbrica dopo aver rinunciato a molti loro diritti. Ma i padroni riescono a dividere la controparte e sarà una bella delusione per tutti. Storia nota ma sempre inedita e sofferta cui la regia aggiunge alla fine il valore del fattore umano, la nascita di un bebè. Vengono rabbia, commozione, tenerezza anche se come cinema la somma degli addendi non produce il jolly della poesia." .

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